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Prossimità universale


Consideriamo qui la prossimità, come l’accostarsi alla cosa così com’è, che chiamiamo verità-realtà, per noi sola traccia tangibile dell’esperienza (realtà visibile e realtà invisibile). Come accostarsi nel tempo la prossimità è trepidante attesa, mentre nello spazio diviene vicinanza, ma che sempre rispetta l’identità di ogni essere, quale entità distinguibile da tutte le altre, pur essendone […]

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Consideriamo qui la prossimità, come l’accostarsi alla cosa così com’è, che chiamiamo verità-realtà, per noi sola traccia tangibile dell’esperienza (realtà visibile e realtà invisibile).
Come accostarsi nel tempo la prossimità è trepidante attesa, mentre nello spazio diviene vicinanza, ma che sempre rispetta l’identità di ogni essere, quale entità distinguibile da tutte le altre, pur essendone correlata.
La prossimità diviene così la vicinanza di ogni irripetibilità creaturale ad ogni irripetibilità creaturale, e stabilisce tra loro un rapporto di fratellanza.

Prossimo è anche quel passato che si svolge fino al presente, che lo informa ancora, che rimane.
Quindi se l’accostarsi è avvicinarsi senza sovrapporsi o fondersi, questo è ciò che ci permette la giusta relazione che non è mai assimilativa, ma invece dovrebbe essere integrativa.
Ricordiamo che assimilare significa rendere simile, mentre integrare è unificare uno o più elementi che rimangono tali e distinguibili all’interno del contesto.

Ma quando la differenza scompare a cosa ci troviamo di fronte?
Mentre meditiamo ad esempio ci viene detto che le differenze svaniscono, e ci troviamo di fronte allora alla non-differenza, ma questo cosa vuol dire?
Forse ciò che scorgiamo è l’indifferenziato, come quello che sta prima, che non ha ancora subito un processo di differenziazione, ma non assomiglia troppo tutto questo all’ ignoranza?
E se invece si trattasse di indifferenza, come di non partecipazione, apatia, allora meditare non sarebbe molto diverso dallo sperimentare quella condizione dove l’uguale è il senza alcuna differenza ,come nell’indolenza omissiva, ma dunque meditare non assomiglierebbe troppo a quell’inazione che non sceglie che oggi si chiama depressione?

Tutto questo non è paradossale, meditare per liberarsi dal dolore come gabbia dell’esistenza per divenire poi apatici. togliendoci dalla sensibilità della vita…ma allora forse meditare non è questo, forse ci stiamo sbagliando!
Torniamo un attimo alla prossimità, e ci accorgiamo che essa ha a che fare col particolare che non si sovrappone completamente all’esperienza in quanto ne coglie una parte , e un parte gli sfugge verso l’infinito, l’indeterminato, l’indeterminato, che comprende l’esperienza ma ne va oltre spostando costantemente il termine.

Nella meditazione siamo di fronte a questo aspetto dell’indeterminato, come apertura dello spazio e dell’infinito come squarcio nel tempo da cui filtra l’eterno, come sintesi della pratica che risveglia altro, intuizione che partecipa al tutto che sa qualcosa di quel tutto, che comprende che esistono infinite possibilità distinte tra loro che riguardano l’esserci dell’ente determinato che noi siamo, che ora vediamo come distinto da più elementi particolari ma non separato.

Il movimento dal particolare all’universale , dal molteplice all’uno, è nello svolgersi dell’esistenza , che non è una riduzione all’uno come uniformità, ma è lo scoprire l’unità come sintesi essenziale della molteplicità.
L’unità di cui stiamo parlando non è un concetto ma un vissuto, che comprende il particolare tenendoci lontano da ogni forzatura omologante. Dobbiamo tenerci sempre lontano dal pericolo dell’idealismo, esso è comune all’oriente come all’occidente, e considerare che alle volte, il particolare conosce l’universale più d i quanto l’universale sa di sé stesso nella conoscenza umana.

L’universale infatti può diventare un pericoloso concetto che non sa nulla della diversità che dovrebbe contenere, come per noi che non conoscendo noi stessi tuttavia vogliamo il dominio su noi stessi!
Ma per fortuna la verità dell’esistenza è sempre irriducibile, è residuo ontologico e si sottrae a quell’universale che giova ricordarlo, nella prassi della vita è un concetto derivato non fondante a priori, altrimenti sarebbe un aspetto rappresentativo da applicare all’esperienza che ribalterebbe la realtà ponendosi al posto dell’esperienza, e quindi negandoci l’esperienza della realtà.

Ricordiamoci infine che l’indicare all’universale è necessario, vuol dire che possiamo trovarlo, ma al contempo questo è molto diverso dall’imporlo, e la storia ci insegna.


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Carlo Robustelli

Carlo Robustelli si è formato all’insegnamento dello Yoga presso l’Associazione Italiana Raja Yoga di Milano. È laureato in filosofia e lavora come psicanalista. Unisce nella sua pratica l’aspetto terapeutico con un risveglio coscienziale. Ha creato il metodo del Respiro Desomatizzante (RE.DES.) in cui imparare a respirare non è solo regolare lo scambio biochimico che ci tiene in vita, ma è anche e soprattutto, cogliere la relazione costante vitale, con l’energia che scorre dentro e fuori di noi.

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