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Prossimità universale

Consideriamo qui la prossimità, come l’accostarsi alla cosa così com’è, che chiamiamo verità-realtà, per noi sola traccia tangibile dell’esperienza (realtà visibile e realtà invisibile).
Come accostarsi nel tempo la prossimità è trepidante attesa, mentre nello spazio diviene vicinanza, ma che sempre rispetta l’identità di ogni essere, quale entità distinguibile da tutte le altre, pur essendone correlata.
La prossimità diviene così la vicinanza di ogni irripetibilità creaturale ad ogni irripetibilità creaturale, e stabilisce tra loro un rapporto di fratellanza.

Prossimo è anche quel passato che si svolge fino al presente, che lo informa ancora, che rimane.
Quindi se l’accostarsi è avvicinarsi senza sovrapporsi o fondersi, questo è ciò che ci permette la giusta relazione che non è mai assimilativa, ma invece dovrebbe essere integrativa.
Ricordiamo che assimilare significa rendere simile, mentre integrare è unificare uno o più elementi che rimangono tali e distinguibili all’interno del contesto.

Ma quando la differenza scompare a cosa ci troviamo di fronte?
Mentre meditiamo ad esempio ci viene detto che le differenze svaniscono, e ci troviamo di fronte allora alla non-differenza, ma questo cosa vuol dire?
Forse ciò che scorgiamo è l’indifferenziato, come quello che sta prima, che non ha ancora subito un processo di differenziazione, ma non assomiglia troppo tutto questo all’ ignoranza?
E se invece si trattasse di indifferenza, come di non partecipazione, apatia, allora meditare non sarebbe molto diverso dallo sperimentare quella condizione dove l’uguale è il senza alcuna differenza ,come nell’indolenza omissiva, ma dunque meditare non assomiglierebbe troppo a quell’inazione che non sceglie che oggi si chiama depressione?

Tutto questo non è paradossale, meditare per liberarsi dal dolore come gabbia dell’esistenza per divenire poi apatici. togliendoci dalla sensibilità della vita…ma allora forse meditare non è questo, forse ci stiamo sbagliando!
Torniamo un attimo alla prossimità, e ci accorgiamo che essa ha a che fare col particolare che non si sovrappone completamente all’esperienza in quanto ne coglie una parte , e un parte gli sfugge verso l’infinito, l’indeterminato, l’indeterminato, che comprende l’esperienza ma ne va oltre spostando costantemente il termine.

Nella meditazione siamo di fronte a questo aspetto dell’indeterminato, come apertura dello spazio e dell’infinito come squarcio nel tempo da cui filtra l’eterno, come sintesi della pratica che risveglia altro, intuizione che partecipa al tutto che sa qualcosa di quel tutto, che comprende che esistono infinite possibilità distinte tra loro che riguardano l’esserci dell’ente determinato che noi siamo, che ora vediamo come distinto da più elementi particolari ma non separato.

Il movimento dal particolare all’universale , dal molteplice all’uno, è nello svolgersi dell’esistenza , che non è una riduzione all’uno come uniformità, ma è lo scoprire l’unità come sintesi essenziale della molteplicità.
L’unità di cui stiamo parlando non è un concetto ma un vissuto, che comprende il particolare tenendoci lontano da ogni forzatura omologante. Dobbiamo tenerci sempre lontano dal pericolo dell’idealismo, esso è comune all’oriente come all’occidente, e considerare che alle volte, il particolare conosce l’universale più d i quanto l’universale sa di sé stesso nella conoscenza umana.

L’universale infatti può diventare un pericoloso concetto che non sa nulla della diversità che dovrebbe contenere, come per noi che non conoscendo noi stessi tuttavia vogliamo il dominio su noi stessi!
Ma per fortuna la verità dell’esistenza è sempre irriducibile, è residuo ontologico e si sottrae a quell’universale che giova ricordarlo, nella prassi della vita è un concetto derivato non fondante a priori, altrimenti sarebbe un aspetto rappresentativo da applicare all’esperienza che ribalterebbe la realtà ponendosi al posto dell’esperienza, e quindi negandoci l’esperienza della realtà.

Ricordiamoci infine che l’indicare all’universale è necessario, vuol dire che possiamo trovarlo, ma al contempo questo è molto diverso dall’imporlo, e la storia ci insegna.

Dobbiamo riaccedere alle fonti, se non vogliamo solo bere dalle pozzanghere

Una riflessione sulle origini e sull’origine è sempre salutare oltre che necessaria.

“…Incipit et destinit”, come nella “quaestio” medievale che si occupava di quando e come è iniziato tutto, e di dove stiamo andando tutti.

“Origine e destino”, la stessa domanda a cui oggi cerca risposta la ricerca genetica, è una domanda filosofica e spirituale non semplicemente biologica.

Le fonti sono le risposte di chi ci ha preceduto ed ha cercato nella propria esperienza di vita una risposta. Ma la fonte è la vita, il mondo, la natura, il vuoto e il pieno che ci portiamo dentro.

Anche meditare in un certo senso è il tentativo di ritornare alle fonti, e l’uso del plurale è voluto poiché esse sono più di una, come le sorgenti di un torrente di montagna che da più rivoli convergono in un unico bacino per emergere in un unico alveo.

Dalla molteplicità all’unità, e il cammino che ci fa riconoscere l’essenziale cogliendolo all’interno della complessità. Imparando a riconoscere la somiglianza nella differenza, e la differenza nella somiglianza, intuendo che c’è una dimensione che le contiene entrambe senza separarle, che chiamiamo unità.

L’Uno della sintesi, l’uno che fa la differenza, l’uno che rimane irriducibile all’omologazione indifferente. Universalità, multiversalità.

Tornare ad essere è un viaggio verso le origini di noi stessi, che parte dal ricominciare a sentire anche se questo sentire contenesse l’esperienza del dolore. Ri-essere, come rigenerarsi nella nostra capacità di prendere e di lasciar andare, nel coraggio di affrontare la paura del nostro stato di imponderabilità davanti allo sconosciuto, per recuperare il nostro “giusto peso”.

Ri-essere, come uscita dai nostri blocchi psico-fisici, dove l’uscita dal blocco è sempre rinascita perché ogni blocco è essenzialmente paralisi, paralisi dell’anima che diviene paralisi del corpo, limitando il nostro agire e rendendoci sempre più omissivi.

Ricordiamoci che quella che oggi chiamiamo “comodità” spesso è semplice rinuncia alla fatica, indolenza progressiva: perché questa comodità indolore ci stacca dal sentire rendendoci insensibili.

Confrontarci con quella fatica che è non scegliere la via comoda ci allena alla fatica di esistere, ci riporta ad una giusta fatica: quella di essere e di esserci assumendocene la responsabilità. E l’esserci è sempre origine.

La Fisiologia ha sempre a che fare con la Cosmologia

Ricordiamoci che la nostra “visione del mondo” rimane sostanzialmente un “modo di vedere” il mondo, ma è anche e soprattutto un “modo di guardare” posto all’interno di uno schema pre-concettuale reattivo rispetto all’immediatezza dell’esperienza.

Così il come vediamo noi stessi anche nella nostra corporeità, è in relazione al come ci consideriamo all’interno del contesto del mondo sociale, naturale e cosmico entro cui si manifesta la nostra esistenza. È necessario domandarsi se tuttavia è possibile, pur considerando sempre il contesto culturale in cui avviene un’esperienza, uscire dallo schema reattivo di una visione pre-confezionata che applichiamo alla realtà.

Nella pratica dello yoga si potrebbe dire che questo aspetto di ri-partenza da noi stessi rappresenti un postulato e un manifesto, e questo è: la possibilità di sospendere il pre-giudizio nell’esperienza.

Coscienza eidetica e concezione cosmologica

Quello che definiamo in questo contesto “cosmologia”, è piuttosto una “cosmo-visione”, che questa volta può nascere non da un sapere appreso “ontologicamente” (dall’esterno in modo indiretto), ma constatabile all’interno dell’esperienza diretta “onticamente”, in una sorta di intuizione eidetica, quella visione dell’essenzialità che diviene chiara e distinta.

Parliamo di una visione chiara, ma intuitiva, una visione nuova e profonda in cui siamo, in cui sentiamo. Non stiamo parlando di un’idea che sorregge come postulato una nostra nuova struttura logica – non a partire dall’astrazione, almeno – ma di una chiarezza che viene dal risveglio e pulizia sensoriale e percettiva che ci permette finalmente di “vedere” senza disturbi e di “accorgerci”: questa è la novità della pratica che ci rinnova.

Come ripeteva poeticamente Raimon Panikkar “…la via più breve per le stelle, passa per il cuore”, ed è in questo senso che parliamo di coscienza-intuitiva immediata e istantanea.

Una conoscenza che annulla ogni concetto e misurazione, irripetibile e irriproducibile nelle stesse modalità in cui è avvenuta, dunque parliamo della possibilità di accedere ad una condizione esistenziale autentica, unica e ciò nonostante condivisibile.

È la dimensione della percezione che ci apre l’accesso alla possibilità di esserci “…di istante presente, in istante presente” come descrive magistralmente Patanjali negli Yoga-Sutra.

Come percepiamo il mondo rispetto a noi stessi

La distanza e vicinanza appartengono al nostro sentire, non sono la distanza-vicinanza oggettiva; la misura, in relazione a quello che sta fuori, è sempre dentro di noi. Di conseguenza, ciò accade anche a livello fisiologico; il nostro “sentirci” dipende anche dal nostro “vederci”: fisiologia e fisio-visione sono in relazione diretta.

Proviamo allora ad entrare in questa nuova visione in cui la corporeità non è più solamente metafora meccanica del corpo-macchina perfetta, ma dimensione poietica-creativa e vitale, che si svolge di istante in istante come rinnovamento costante e rivitalizzazione, gettando una luce diversa su noi stessi e sul mondo, a partire dall’ascolto e dalla presenza del come siamo nel momento presente.

Così, questa diversa interpretazione del come siamo, apre e interroga al contempo il chi siamo, e qui dobbiamo fermarci e ricordare che la nostra destinazione determina sempre la direzione e il senso stesso del viaggio.

In difesa dello Yoga!

YOGA E CUCINA – YOGADANZA – YOGA CON GLI SCARPONI, ECC…

Sempre più frequentemente leggiamo sulla stampa nazionale titoli che abbinano lo yoga e… lo yoga a… qualcosa, come se da solo questo non fosse più così interessante.

Generalmente viene usata la congiunzione ‘e’, o un aggettivo con un significato rafforzativo o esplicativo sempre accattivante, come se lo yoga fosse pronto a soddisfare un nostro bisogno non ancora esplorato ma che diventa urgente visto che ora ci viene dato modo di soddisfarlo.

E così in modo sottile e quasi impercettibile, non ci aspettiamo ormai più semplicemente il termine yoga da solo, yoga e basta, come se lo conoscessimo già, il termine diviene noto e non ci stimola alcun interesse di per sé se non viene declinato nei suoi aspetti ed effetti specifici (e speciali) di volta in volta esposti.

Ma il problema non è solo nominale, esso è più profondo di quanto appare a prima vista: non è certo un semplice interesse didascalico divulgativo che ha portato a tutto questo, piuttosto a mio parere tutto ciò risponde ad un’esigenza di mercato che ha bisogno come le mode di rinnovarsi nell’offerta se non vuole scomparire nel dimenticatoio.

Mi spiego meglio. Il fatto di abbinare costantemente lo yoga a qualcos’altro non è certo necessario: al contrario rappresenta una dimensione accessoria, ma l’accessorio oggi diventa necessario se vogliamo vendere una merce; UNA MERCE, LO YOGA, per la quale bisogna costantemente alimentare l’interesse, e fino a qui se ne potrebbe ancora discutere, se non fosse che in questa ricerca continua di novità arriviamo progressivamente a BANALIZZARE LO YOGA svuotandolo di significato e confondendolo con tutte le altre proposte sotto la VOCE: “BENESSERE”.

Filosoficamente, senza paura di usare un linguaggio troppo “pesante”, qui ci troviamo di fronte a quello che potremmo definire una BESTEMMIA ONTOLOGICA, e cioè ad un grado di DISSACRAZIONE dello yoga in sé, che ne deforma ed altera totalmente i contorni e i contenuti.

Questo è un problema serio, deve essere un problema serio, soprattutto per chi si trova come noi oggi ad insegnare e condividere questa pratica millenaria, cercando di attualizzarla senza però snaturarne il messaggio originario.

È il problema della STRUMENTALITÀ e dell’uso dello STRUMENTO: non è un problema che riguarda solo lo yoga. Questo vuol dire comprendere che ogni strumento, compreso quello dello yoga quindi, ha un’efficacia ed un valore diverso che dipende principalmente da chi lo usa. E quindi dall’onestà, oltre che dalla capacità tecnica e dalla competenza, di chi lo insegna e chi lo pratica.

Quello che più addolora e delude è il vedere che nessuno dice niente, nessuna delle Associazioni di settore, nessuno dei nomi noti al pubblico esprime un’ opinione al riguardo, come in una sorta di tacere complice in nome del facile accomodamento o di un’eburnea supponenza.

Personalmente sento l’importanza di dover dire qualcosa in difesa dello yoga, per quello che è per me, e le persone con cui condivido quotidianamente questa esperienza, perché non è vero che questo si difende da solo in quanto esso è solo una pratica oltre che una filosofia, il cui valore è nella realtà del modo in cui viene praticata e nei fini che si prefigge, piuttosto che NELL’ESEGESI DI UNA DOTTRINA SCRITTA E IMMUTABILE.

Lo yoga è una filosofia pratica vitale, in continuo fruire e quindi a maggior ragione dipende da chi la testimonia praticandola, e allora bisogna avere il coraggio di distinguerla da quello che non è.

Questo non può essere certo un compito facile, ma è tuttavia necessario, ed è auspicabile che possa nascere un dibattito al riguardo anche di larga portata in cui si possano confrontare le diverse posizioni.

Per il momento vi invito a diffidare di tutto quello che fa dello YOGA una PROPOSTA RIDONDANTE, spettacolare, inedita perché “…è nel gusto per lo straordinario che si nasconde la mediocrità” come diceva Chateaubriand, perché nel tentativo di attirare SUBITO la vostra attenzione qualcosa di sostanziale viene perduto, perché è bene ricordarlo, la verità si rivela nella profondità, non nell’immediatezza della prima impressione.

Una vita nuova

La RIVOLUZIONE di oggi non sta più nel cambiamento, ma nella continua ACCELLERAZIONE, che riduce il nostro presente all’impossibilità di un TEMPO COMPIUTO.

E allora il tempo diviene la negazione del momento di soddisfazione che si dilaziona costantemente esplodendo in possibilità moltiplicata, ma rimanendo sostanzialmente INCOMPIUTO, e non completamente vissuto.

È una dimensione questa in cui tutto si contrae, il tempo stringe, lo spazio stringe, e solo l’evasione sembra una soluzione accessibile.

Questa IMPOTENZA di occupare il presente accettando la sua limitatezza e transitorietà, ma vivendolo con serena consapevolezza, nel nostro quotidiano si trasforma nella POSSIBILITÀ che non si manifesta, incatenandoci nel “come se” del nostro desiderio. Come se ciò che vogliamo non si fosse ancora realizzato, ma solo a causa della nostra libera intenzione di realizzarlo che è rimasta sospesa, malcelando così i limiti e la paura del fallimento.

L’illusione del tutto e subito non accetta di adeguarsi alla realtà contingente in attesa, con pazienza di costruire negli spazi che abbiamo in vista di una realizzazione; al contrario ritiene questo atteggiamento da deboli, da perdenti, rifuggendone costantemente.

È la nostra incapacità di contenere il bisogno che ci proietta nell’illusione della sua immediata realizzazione.

E la promessa di una soddisfazione prossima-futura, ci priva del tempo dell’attesa come metabolizzazione della non riuscita, producendo un A-VENIRE che necessariamente deve essere, non può non essere se non al costo di mutarsi in uno spazio vuoto inabitabile.

Ma solo resistere alla non realizzazione contingente ci permette la realizzazione futura: dobbiamo accettare il rischio della sconfitta se accettiamo il combattimento.

La sconfitta allora ci può insegnare e non è più una disfatta irreparabile e anche il combattimento si trasforma in un rituale dal valore iniziatico.

La visione odierna del futuro ci propone ancora apparentemente un progresso rivoluzionario: ma in realtà questo è un progresso conservatore; anzi, alle volte reazionario nella sua manifestazione.

Reazionario in quanto ci tiene saldamente al di qua delle nostre paure, indebolendoci e rendendo impossibile un’evoluzione verso l’imprevisto come veramente nuovo. Non è un caso il successo ed il moltiplicarsi dei sondaggi e dell’attenzione alla previsione del tempo e degli eventi futuri, ma in realtà è solamente il passato l’unica garanzia a cui attaccarsi, nel suo indice di ricorrenza come proiezione futura.

Si percepisce così un tempo già noto, l’effetto del già visto, che ci rende indifferenti agli eventi che nella loro realtà ci rimangono sconosciuti.

ABITARE IL TEMPO PRIMA DEL TEMPO CI CONDANNA AD UN PRESENTE DISABITATO.

Se non si abbandona il passato ed il presente con un atteggiamento di non-attaccamento vitale – che non vuole dire di distacco, quindi – si corre il rischio di riproporli all’infinito impedendoci non solo la nostra dimensione storica dello scorrere dei giorni sempre uguali che rimangono bloccati nel rimpianto del non vissuto, ma anche la nostra dimensione meta-storica spirituale.

Il passare del tempo in quanto tale e senza rinnovamento porta solo alla ripetizione sempre più asfittica ed insignificante; ma il rinnovamento ha il costo di accettare la fine.

La fine che diviene un nuovo inizio: ma prima della fine c’è quello stato di imponderabilità in cui possiamo solamente affidarci ed aspettare con coraggio e trepidazione.

Questo attraversare la fine opera in noi un passaggio di stato qualitativo come un “SALTO”, una trasmutazione del nostro vissuto.

Se è vero che l’essere umano è sostanzialmente un essere storico, allora la sua storia è si un procedere, ma un procedere che contiene anche un avanzare di ritorno, come nel linguaggio marinaresco.

Ritorno all’Uno, ritorno all’essenziale, ritorno “a quello che era il mio volto prima della nascita”, come dice poeticamente il buddismo; ma nello stesso tempo poter scorgere un volto che emerge oltre le nebbie del nulla del futuro. E quel volto è un Volto amico, che ci può accogliere alla fine del cammino e ci sostiene ad ogni passo.

Rivoluzione è incontrare nel tempo l’eterna novità, che solo nel tempo possiamo cogliere come evento. È solo nel tempo che cogliamo un’altra dimensione del tempo, quella che magistralmente R. Panikkar chiamava TEMPITERNITÀ.

Allora scopriamo che l’avvenire – il “SOLE DELL’AVVENIRE” – è la semplice consapevolezza di poter trovare nella nostra esistenza uno spazio in cui finalmente possiamo accorgerci della sua luce che ci riscalda.

Ogni rinascita è rivoluzionaria, ma la rivoluzione di per sé non rappresenta una rinascita.

L’apertura, come condivisione di conoscenza, lo scambio, come condizione vitale

Nel nostro modo di respirare riconosciamo la nostra prima, essenziale e vitale relazione di scambio.

Scambio e apertura verso l’esterno e dall’esterno verso il nostro interno.

In questa alternanza interno-esterno si crea quella corrispondenza reciproca che possiamo chiamare allargare lo spazio, non solo del volume d’aria dentro di noi, ma anche lo spazio vitale che riusciamo ad occupare senza essere necessitati dal bisogno di riempirci o di svuotarci, come sospesi in un’estensione continua e libera, che anticipa e segue la necessità del gesto respiratorio.

L’APERTURA, come disponibilità a farci attraversare dal respiro, è quindi una condizione di esistenza prima di essere poi una condizione di conoscenza, ma nel nostro modo di respirare conoscenza ed esistenza si connettono direttamente e reciprocamente ad ogni istante respiratorio.

Ma ogni relazione equilibrata contiene un cedere-prendere, ed è in questo SCAMBIO che possiamo di volta in volta esplorare e trovare la giusta misura.

La giusta misura diviene quindi l’orientamento stesso della ricerca e il modo dello scambio: questo è PRANAYAMA, questo cammino di conoscenza è la via del respiro.

La libera scelta del SILENZIO

La libera scelta del SILENZIO

La libera scelta di stare in silenzio è il primo passo per porsi in ascolto, è la pre-condizione della MEDITAZIONE.

È un’estensione del fare: fare rumore, fare qualcosa, fare parola.

Una libera scelta è quella scelta priva di un fine prestabilito; il silenzio di cui stiamo parlando non è un tacere in vista di ottenere qualcosa, né un silenzio ricattatorio come fine della comunicazione, ma è un atteggiamento che non è mai definitivo, ma si mantiene e si regola attimo dopo attimo consapevolmente.

Il “QUI e ORA” di cui spesso si parla, che evoca la possibilità di una diversa presenza e di un diverso ascolto di sé, nella pratica parte da quel momento in cui scegliamo di smettere di sovrapporre rumore al rumore, nella speranza di cancellare quel disturbo di fondo che ci insegue sempre.

È questo il momento in cui decidiamo che possiamo rimanere col rumore dei nostri pensieri, ed è allora, solo allora, che possiamo finalmente lasciare emergere in noi il silenzio.

Ora il silenzio è un rumore che dilegua, che non è necessariamente un’assenza di per sé, ma qualcosa che comprende anche il rumore e ne partecipa armonizzandosi ad esso, come avviene nella pausa silenziosa della musica, nella punteggiatura, nel dialogo.

È lo spazio vuoto, la sospensione, ciò che determina principalmente il ritmo vitale, come lo definisce Platone: “…il ritmo è l’ordine dell’universo”, un ordine che comprende anche il vuoto, l’assenza, il silenzio.

Quel RITMO è il movimento che andiamo a cogliere e a produrre nella pratica, che parte sempre dall’ascolto del ritmo respiratorio nella sua costante dinamica; è la pulsazione interna del nostro battito alla quale adattiamo le nostre emozioni e allineiamo i nostri pensieri.

Ma il silenzio è anche il limite del dire, il limite del dicibile, del nominabile. È la porta per accedere all’abisso insondabile del Mistero dell’esistenza che emerge come da un mare invisibile, come la traccia di quello che era e la possibilità di quello che sarà.

Ci mettiamo seduti immobili senza parlare, ed ora mentre meditiamo si crea in noi uno spazio armonioso che possiamo occupare senza timore, in una quiete dinamica che ci pacifica e ci rinnova.

Adesso il silenzio non è più solo la condizione vuota di un’assenza, ma si trasforma nella pre-condizione di una presenza, presenza fatta di ascolto e di attenzione, che non separa selettivamente ma accoglie, che integra senza escludere ciò che sentiamo ci sta attraversando.

Quel rumore che dilegua, quel distinguere per riconoscere, e comprendere l’indistinto che sa qualcosa di ogni sua parte distintamente, lo possiamo chiamare MEDITAZIONE.

Allora meditare è sostare sulla soglia del silenzio, attraversando il limite, dove il limite diviene SOGLIA DI COSCIENZA da attraversare, per andare oltre.

Yoga & Natura

Cominciamo col domandarci, cos’è la NATURA?
La natura è qualcosa di ORIGINARIO, ESSENZIALE, VERO, e il suo opposto è l’ARTIFICIALE, DERIVATO, VEROSIMILE.

Nello yoga ritroviamo l’aspetto naturale nel suo essere CONFORME alla dimensione originaria che sta dentro di noi e si riconosce nella realtà in cui essa è calata: il MONDO.
Il mondo che sta fuori e dentro di noi, così dentro come fuori, riconosciuto come QUALITÀ ESSENZIALE del nostro modo di vivere.

La relazione di cui parliamo è quella che ci permette di staccarci da una dimensione giudicante dominata dal mentale, per entrare in un rapporto diretto con le nostre esperienze.

Perché: conoscere la propria natura è conoscere la natura. Chi conosce sé stesso conosce il mondo. Non c’è separazione, ma c’è un abisso da attraversare. E l’abisso è comprendere che l’alterità è una parte di noi.

La conoscenza della natura non è mai data, e soprattutto, non è mai IMMEDIATA; la MEDIAZIONE è il nostro modo di conoscenza, e noi scopriamo nella pratica la differenza tra immediato e diretto, dove il primo è frutto della nostra rappresentazione della realtà e corrisponde al noto, mentre il secondo ha bisogno della nostra mediazione sensoriale percettiva e corrisponde al conosciuto.

Così come la percezione della natura è un processo storico culturale, anche la scoperta della nostra dimensione originaria è una compresione del passato attraverso la nostra visione presente.

Siamo naufragati dall’immobile antichità che vedeva nella natura l’INVIOLABILITÀ ASSOLUTA, passando attraverso l’idea romantica del SUBLIME NELLA NATURA, all’era della tecnica del MONDO COME OGGETTO UTILIZZABILE messo lì a disposizione dell’uomo.
Per l’occidente il processo prende avvio dalla DESACRALIZZAZIONE DELLA NATURA, che ha ridotto progressivamente il MONDO A COSA: COSA, e come tale liberamente operabile dall’azione umana;

e insieme è accaduto quasi senza renderecene conto che abbiamo ridotto anche l’essere umano a cosa.

Espellendo il concetto di IRRIDUCIBILITÀ DELLA NATURA, abbiamo contemporaneamente perso la nostra MISURA DELLA LIBERTÀ e ci siamo persi.

Nel PROCESSO DI OGGETTIFICAZIONE, appare così la figura del CORPO OGGETTO, come risultato di un visione meccanicistica-funzionale, che come tale non investe solo la sua dimensione estetica, ma si ritrova anche nella sfera etica, come mercificazione del corpo umano, e in quella medica della macchina corporea da aggiustare.

Sembra tuttavia resistere a questa idea dell’essere umano e della natura come COSA, il concetto illuministico di PERSONA, riabilitato e difeso dalle nostre democrazie moderne, come LIBERO CENTRO DELLE NOSTRE ATTIVITÀ RELAZIONALI. Attualmente si discute di riconoscere qualcosa del genere anche ad alcuni animali evoluti, secondo i nostri parametri, arrivando addirittura a parlare di persona-non umana, senza cogliere la contraddizione di questo termine, che del resto non è nulla a paragone della più comune REALTÀ VIRTUALE.

Francamente sembra angosciante dover tutelare l’essere umano il mondo animale e il mondo, solo in quanto esseri viventi ai quali sono stati riconosciuti dei diritti da alcune convenzioni umane: la gratuità della vita previene l’esistenza, ed è a dir poco pericoloso pensare che il diritto preceda l’esistenza, perchè anche se in apparenza questo non sembrerebbe, alla lunga quel diritto si trasformerebbe in concessione.


Il passaggio dalla personalità alla creaturalità

Se osserviamo bene, in questa tutela della PERSONA, riemerge anche il valore fondamentale dell’essere umano, come essere sostanzialmente non solo capace, ma costituito dalle relazioni.

E allora un punto di vista diverso di osservazione potrebbe essere quello di integrare il formalismo giuridico con una visione qualitativa della relazione;

ma questo ritorno dell’aspetto qualitativo altro non è – a pensarci bene – che un modo diverso di percepire la relazione.

Personalmente ritengo illuminante in questo contesto l’originaria intuizione yogica, che il mondo è filtrato sempre dalla nostra dimensione sensibile e che da questa dipende quella che chiamiamo qualità del vissuto.

Da questo momento chiamerò REALISMO PERCETTIVO questo nuovo modo di conoscere a partire dalla nostra realtà fisico-corporea. Questa è essenzialmente la visione filosofica dello yoga, ma considerando questa come una pratica filosofica in cui deduciamo dall’aspetto esperienziale personale la nostra conoscenza, lontani da applicazioni teoriche che forzano e condizionano a priori l’esperienza. Del resto è proprio questa la difficoltà quando parliamo a qualcuno di un’esperienza che non ha ancora fatto: che linguaggio dobbiamo usare?

Il linguaggio metaforico è quello preferito dalla cultura orientale, ma alla nostra cultura forse si adatta meglio, ed è più preciso, il LINGUAGGIO SIMBOLICO, che unisce immagine e concetto.

Risvegliare la coscienza a partire dalla dimensione sensibile corporea, per accorgerci della realtà invisibile.

È bene ricordare che in quanto modalità d’essere, il corpo stesso è anche il risultato di una visione, ma questa non è più una rappresentazione: si trasforma e si adegua alla realtà qualitativamente percepita.

Il cammino della ricerca ad un certo punto coglie il RELIGIOSO, quando il percepire si affaccia al MISTERO.

E questo riconoscimento del Mistero come FONDO DELL’ESSERE, ci apre ed al contempo concilia con l’Alterità.

Questo distinguersi senza separarsi dall’Alterità, nella nostra tradizione cristiana ha preso il nome di CREATURALITÀ.

Come amava ripetere San Francesco d’Assisi, ogni essere vivente è CREATURA, anche il sasso e il lichene, anche se la sua evoluzione ai nostri occhi lo rende qualitativamente insignificante: nessuna creatura è insignificante. Questo è il sottile inganno che emerge dalla visione giuridica moderna del concetto di persona: essa viene attribuita o non, in base a criteri umani, per somiglianza o differenza, spesso privilegiando l’aspetto utilitaristico funzionale.

La creaturalità di ogni essere vivente consiste semplicemente nella sua UNICITÀ e IRRIPETIBILITÀ di creatura.

Proprio il contrario di quello che sono gli oggetti artificiali prodotti dall’uomo, UGUALI e RIPETIBILI.

Non sarebbe fuori luogo, a questo proposito, andarsi a rivedere il concetto marxiano di Alienazione, come quel momento in cui l’uomo nel processo produttivo dell’era della tecnica, non riconosce più nell’oggetto prodotto la traccia di sé stesso, tipica del manufatto, ed in questo modo perde un pezzo importante della sua umanità.

Una riflessione sulla tecnica dovrebbe ripartire da qui, dal fatto che personalità ed umanità sono inscindibili e ciò significa rivedere la nostra visione del mondo, per non ridurre la nostra esistenza a semplice FUNZIONE VITALE di produzione e di consumo.


Realismo percettivo

Quando parliamo di realismo percettivo, intendiamo un tipo di conoscenza che parte e pasa dalla corporeità risvegliata e ripulita percettivamente.

Conoscere in senso fisico-corporeo, senza dover CONSUMARE l’oggetto della nostra conoscenza;

CONOSCERE entrando in relazione col conosciuto – e in questo modo divenendo correlativo a ciò che conosciamo – integrandolo come una parte di noi stessi.

È questo un modo per sottrarsi al pericolo, già divenuto reale, di divenire SCHIAVI DEGLI OGGETTI, strumento degli strumenti, che dettano il ritmo della nostra esistenza, divenendone gradualmente delle protesi insostituibili.

Se conoscere è ricordare, come sosteneva Platone, allora ricordare è risvegliare un vissuto che non abbiamo consapevolizzato.

Conoscere allora è anche riconoscere, “…ed a un certo punto il mondo cambiò ai suoi occhi” dice Pantanjali in un passo degli yoga-sutra.

Conoscere è in un certo senso anche nascere insieme al conosciuto, riportando una bella osservazione di Raimon Panikkar.

Quando parliamo di realismo percettivo corporeo, dobbiamo considerare il corpo non come semplice oggetto della nostra conoscenza, ma una realtà concreta e vivente. Una realtà da cui non possiamo prescindere se non astraendocene, che riunisce in sé, come ORGANON, anche il Mistero dell’Invisibile che lo attraversa.

Quello che non è ancora avvenuto

Abbiamo parlato in precedenza del passaggio dalla DESACRALIZZAZIONE DELLA NATURA alla sua OGGETTIVAZIONE: parliamo di quel processo storico che ha reso il mondo operabile dall’uomo e nello stesso tempo lo ha trasformato in oggetto; quello che non è avvenuto sino ad ora è il passaggio dalla DESACRALIZZAZIONE alla DIVINIZZAZIONE del creato.

Divinizzazione, come un accorgersi della presenza dell’ESSERE nel vivente, che è al contempo accorgersi della presenza vivente dell’essere sotto ogni forma, ma non collegato ad un’unica forma come nel realismo totemico primitivo.

Per il momento sembriamo esserci fermati alla COSALIZZAZIONE DELLA NATURA, ridotta a semplice oggetto dei desideri umani.

Siamo rimasti imbrigliati nel PENSIERO MAGICO, solamente trasformandolo nelle nostre mani attraverso la tecnologia, nello strumento della nostra onnipotenza.

Prendendo su noi stessi le sorti del mondo abbiamo pensato di renderlo migliore, ma ad un certo punto la superstizione è ritornata,

nella nostra dipendenza dagli oggetti della NOSTRA TECNOSCIENZA.

Ritorna il potere della cosa in quanto tale, allora veramente e pericolosamente, ricordando una citazione che amava ripetere l’amico Padre Camillo De Piaz,

“…se togliamo Dio dal mondo, allora ogni cosa può diventare Dio”.

Il Divino si distingue dal Sacro, proprio in quanto vede il sacro in ogni cosa come suo principio essenziale.

Conclusione

Se è vero che lo yoga unisce, unisce operando un cambio di visione del mondo, e questa è certamente una VISIONE ECO-SOFICA.

Ma è un modo di conoscere che va imparato e praticato per trovarne la giusta misura.

È il modo della natura che ci portiamo dentro, che quando emerge ci dice qualcosa su noi stessi e sul mondo.

Ed è solo nel trovare la nostra giusta misura che possiamo misurare ogni cosa.

Lo yoga è un filtro, un modo d’essere che possiamo sperimentare nella pratica e ci accompagna a casa.

Forse è arrivato il momento di rivedere la natura partendo dall’esplorazione della nostra vera natura: vera natura che va scoperta, custodita e protetta, così come il creato che ci sta intorno, in cui siamo immersi; che fa parte di noi come noi di questo, così da smettere di considerarlo solo come uno sfondo,

come una semplice scenografia dentro la quale agire da unici protagonisti.

Nel mondo occidentale, oggi, ciò che è “INUTILE” sembra essere diventato “INDISPENSABILE”

È interessante considerare in questo contesto l’inutile COME UN “SURROGA­TO” (nel suo valore di sostituto – non originale e degradato) del “GRATUITO”; il “GRATUITO” come atto libero di apertura al donare e al ricevere.

In una società in cui tutto è “merce” ed ha un prezzo, non si può più donare, si è condannati solo alla tirannia dell’utile;

ma forse la gratuità ritorna, anche se deformata grottescamente, e in modo quasi irriconoscibile, proprio nello spazio dell’inutile, feticcio di un desiderio di pos­sesso e di consumo, che appare come ultima illusione di appagamento e di con­quista, in una società in cui tutto è necessario. Oggi l’inutile in qualche modo ci viene proposto addirittura come “oltre” il necessario, come soglia qualitativa della libertà dei ricchi; quasi un passaggio di status sociale.

Ma l’inutile del consumismo giustifica e conserva la condizione originaria da cui proviene, che ne è traccia prevalente, anzi è strumentale a questa concezione utilitaristica;

allora l’unico modo per uscirne è la dimensione NON CALCOLANTE, oppor­tunistica, una dimensione anzitutto INNOCENTE, contemplativa della vita, che possiamo riconoscere nella pratica fisica e nella meditazione come ricerca della “GRATUITÀ DEL GESTO”. Gratuità del gesto, nella sua dimensione creativa, nella nostra dinamica espressiva, che va dalla parola al gesto, dal silenzio all’immobilità;

è qui, in questo spazio di sperimentazione, che possiamo riconoscere la traccia di libertà nel suo essere essenzialmente “DONO”;

il dono è la possibilità di accogliere in sé stessi il gratuito, l’inaspettato, come il non necessario, che non ci obbliga ma ci libera, paragonabile ad una gioia che trabocca, ad un “Nulla gravido d’essere” (Hegel).

Ma la libertà del dare presuppone dall’altra parte la disponibilità e l’umiltà nel ricevere. Alle volte infatti, il dono è più difficile accettarlo che farlo, perché ci sentiamo obbligati alla restituzione, non comprendendo che possiamo invece, in questo caso, uscire dalla logica debito-credito.

La gratitudine è il segno della comprensione del dono, che è sempre al di là e al di fuori del contratto, a cui non siamo obbligati perché il vero dono non chiede altro che di essere accolto. Ma la nostra capacità di ricevere parte sempre dal riconoscere la nostra origina­ria incompletezza, che non ci impedisce però di donare, dando testimonianza coraggiosamente della nostra fragilità che si trasforma in dignità nel portare il peso della propria condizione, trasfigurandola.

Sulla NON DUALITÀ come modo di riappropriarsi della corporeità consapevolmente

Se vogliamo veramente risolvere la contraddizione degli opposti, dobbiamo andare oltre la dialettica, e nella pratica yoga possiamo accorgerci di questa possibilità dentro l’orizzonte di un gesto fatto di un costante COGLIERE – OFFRIRE, in modo contemplativo, fuori da ogni dinamica funzionale e utilitaristica che tende a soddisfarsi nell’immediatezza che deve essere consumata. Attraverso lo yoga gettiamo uno sguardo innocente sulla realtà, dove la dialettica degli opposti, o per meglio dire, di quelli che ci rappresentiamo tali, si trasforma in DIALOGO. Anzitutto dialogo tra noi e noi stessi, dove scopriamo quell’alterità che ci portiamo dentro, ma non come un ALTRO estraneo e sconosciuto, ma come un TU che non abbiamo considerato abbastanza, a cui quasi sempre non diamo voce e spazio, perché non corrisponde al modello che ci portiamo dentro; quello stesso modello che tende a stabilire il nostro ordine dei valori. Un tu che inizialmente è principio di contraddizione, che appare irriducibile, ma che si risolve solo attraverso un cambio di visione, capace di cogliere la misura come cifra dell’armonia: la MISURA come relazione equilibrata degli opposti.

OPPOSTO quindi non significa necessariamente contrario, opposto è sostanzialmente una condizione spaziale, è ciò che distingue separa e delimita, ciò che ci resiste. Ma per conoscerci veramente non possiamo esimerci dall’avere a che fare con l’opposizione “…chi conosce sé stesso conosce il mondo” (M.Eckhart), ma per conoscere sé stessi è necessario aprirsi al mondo, quel mondo che è prima, oltre, e dentro il mondo come suo PRINCIPIO ESSENZIALE.